venerdì, 31 agosto 2007
Nina
Nel vecchio viso
della cara zia
le lunghe cicatrici del tempo
sfilano tra il naso e gli occhi
e si confondono i riflessi
e le ombre dal color ambrato.
Dolce come il pascolo di primavera
la guardo sferruzzare attenta.
Sorride appena
e lo zigomo si alza
col sopraciglio teso,
le narici grandi inalano
odore di menta e di basilico.
Il coniglio grigio e sornione
la segue e muove le sue orecchie.
Insieme intoniamo una preghiera.
Ciuffetti di capelli
bianchi e crespi
sfiorano l’ovale logorato.
«Parliamo ancora cara zia»
«Districhiamo il celeste e il verde
mettiamo un po’ di bianco
ed un punto di giallo
nelle larghe matasse di lana,
lavoriamo di lena questo scialle…»
Con qualche bassa nota
ci accompagna il gallo.
Com’è caldo e profumato il tuo giardino,
come sono gialli e lucenti i limoni
sui rami mossi dal superbo gatto
volto a spiare il passerotto stanco.
Il lillà in fiore e il glicine
che ombreggia
il nostro pomeriggio
sfuocato fra gli archi del patio,
risuonanti delle molte voci del passato,
tu, donna Pia
sei accanto a me seduta,
a te devo colori ed allegria
nel giardino della vita
nella carità dei gesti
nell'infinito Amore
che ci avvicina
sempre di più a Dio.
Tulad
Firmato
BhakyAlle ore 10:38
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venerdì, 31 agosto 2007
Alla mia terra
Perché hai pianto?
Triste com’è ora la pioggia
non ricorda più il tuo nome.
L’amore o due braccia?
Un viso, un’ombra
può cancellare
il canto delizioso
dei tuoi giorni di sole?
Hai dimenticato
anche tu, il tuo nome.
Hai perdonato
i tuoi figli
nel vento di maestrale.
Leggiadra.
Hai scherzato
senza pensare.
Chi…
e se fosse l’uno o l’altro
a fare di te un’isola e
del tuo sguardo il cielo.
Hai saputo
odiare come
hai potuto amare.
Hai dimenticato
anche tu, il tuo nome.
Tradimento?
Nord o Sud
del mio mare
ad occidente
Chi
ti ha bruciato i monti
Chi
ti ha colpito, palmo a palmo.
Di crudeltà
son colmi
cuori indifendibili
di uomini
col peso della morte.
Per secoli
hanno ucciso e
inciso
parole
di odio
sul futuro.
Poggio
i gomiti
sul muro
a guardare
l’infinito….
……..perdono….
fiori in prato
…….perdono….
onda marina
……perdono…
stella e luna
……perdono….
…..Mondo….
tanto amato
abbandonato.
Tulad
Firmato
BhakyAlle ore 10:00
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mercoledì, 29 agosto 2007
Superare
Superare il giorno,
superare il ponte.
Dividere l’interiorità
dal voluminoso, intriso
aureo amore per te,
racchiuso in montagna.
Elencare
sorrisi accennati.
Sistemare
parole appena sussurrate.
Bruciare
come l’incenso
i piaceri bramati
nell’oblio del mondo.
Sospirare il ritorno
del velo negli occhi
sapendo di rompere il silenzio e
spazio entro il buio
della notte morente.
Ascoltando rintocchi
nel cuore,
ritrovare la tua bocca
di baci e miele trasparente,
rifiorire i miei anni, e
non sentirmi
per nulla, dolente.
Tulad
Firmato
BhakyAlle ore 14:50
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martedì, 28 agosto 2007
Lo scialle
Ti guardo silente
nel talamo ombroso,
frange nere
del mio scialle
sono impigliate
sul tuo viso,
nella mia valle.
Con i denti le trattieni,
e mi avvolgo
e rotolo per liberarle.
Con un bacio,
le sigillo,
e le rilascio fra le calle.
Mormoriamo
con ali chiuse
e foglie adorne.
Di attimi
viviamo eterno sole
in nostre cornee.
In danza oscena, imperitura,
massacrando voraci
la paura di amare,
inseguiamo la dea madre
nelle sue fornaci
perché ci possa modellare.
Fatti di creta i nostri sogni,
crudi di tanta asprezza,
volevo da te,
solo carezza.
Volevi da me
solo mera giovinezza,
chiedevi amore
chiuso in scrigni
ed oggi,
di quei baci,
ti vergogni.
Tulad
Firmato
BhakyAlle ore 22:05
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lunedì, 27 agosto 2007
Cielo
Mi arrabattavo
per diventare
qualcosa.
Essere come il cielo,
nel mio cielo interno,
era non divenire
mai nulla.
Sono già.
Ogni divenire
è solo un essere forma
e un essere nome.
Io sono già.
Ho una forma
e uno dei colori
che nascono nello spazio.
Sono un essere.
Essere già.
Non avevo bisogno
di diventare nulla.
Tutto cambiava continuamente
ma il mio cielo
non ne conservava traccia,
restava profondamente
separato, pulito,
presente ovunque
ma distaccato.
Ero e sono
più vicino ad ogni cosa,
parola, forma, colore
e nello stesso tempo
più lontano.
Mi sono stancata
inutilmente,
Essere
non costa niente.
Tulad
Firmato
BhakyAlle ore 10:38
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lunedì, 27 agosto 2007
La falce
La falce si muove
l a mano non tentenna.
Spezzo steli
di velenose erbe
dove in silenzio
strisciano serpenti.
Topi stizziti si calano
in tane di liquàme.
Volpi richiamano
stormi di uccelli.
Colpisco con forza
l’anima del vile
e punto dritto
all’ordine civile.
Cerca assettato
il filo della lama
la lingua infame
del desiderio insano
che paga la lussuria
su pelle di bambino.
Oscura il cielo
e nella notte ascolto
se nell’ombra si nasconde
il verso di una iena
e vorrei essere io
dietro
alla sua schiena.
Troverei il modo di
farlo soffocare
con lampi di giubilo negli occhi
e puro orgoglio
di uomo avvelenato….
ma non voglio.
Speranza mi trattiene.
Morte , mia amica cara,
ferma la mia mano.
E’ lei la Signora
di neri veli vestita,
a decider la partita.
La falce incombe sul membro
invigorito e torvo
malato gli vedo il colorito.
Pegaso alato,
atteso principe,
arriva al mio sentiero.
.
Il figlio profanato,
carpito e violentato
porta in Paradiso.
Ho sulle labbra
un mesto
amaro sorriso.
Tulad
Firmato
BhakyAlle ore 09:14
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lunedì, 27 agosto 2007
La Sardegna conserva i suoi misteri tra varie leggende di un mondo arcaico e suggestivo. Attirata dalla lettura di alcuni testi sardi, mi propongo di raccontare due storielle.
Nella prima storia si narra di un popolo sardo e di una marchesa che possedeva le terre del Sinis, e molte altre ancora. La marchesa aveva bestie ed armenti e faceva sempre una grande raccolta di frumento. Un anno, la raccolta del frumento fu eccezionale e la marchesa si recò nelle sue terre, dove i servi avevano accumulato da un lato tutta la paglia e dall’altro, tutto il grano.
I due cumuli sembravano due colline e la marchesa si sedette su un seggiolone che stava nell’aia a contemplare tanta abbondanza, mentre i servi insaccavano il frumento e lo caricavano sui carri a buoi, per trasportarlo nei capaci magazzini.
Durante il tragitto, alcuni poveri mendicanti chiesero qualche pugno di grano e un po’ di frumento in elemosina.
La marchesa si arrabbiò e li fece cacciare in malo modo e disse per scusarsi, che l’annata era stata scarsa ed aggiunse: «Quando Dio mi darà un raccolto più abbondante, penserò a fare l’elemosina!»
Appena disse queste parole la marchesa si trasformò in una grossa pietra che esiste ancora oggi, ed il grano e la paglia divennero due collinette che da allora presero il nome di: Monte di paglia e Monte di grano.
La seconda storiella riguarda i cristalli di sale disciolti in acqua di mare-
Anni e anni fa era tassativamente proibito a chiunque, portarsi via anche un solo secchiello di acqua di mare; quindi desidero narrare questa leggenda della tradizione sarda che ricorda la fessaggine umana.
La leggenda della Pazzia.
Una notte di tempesta giunse a Seneghe una donna molto bella, tanto da far impazzire gli abitanti che fino a quel giorno pazzi non erano.
La Pazzia, questo era il suo nome, era nata a Pauli. Volò presto verso Milis, e ammirò gli agrumeti che circondavano il paese; s’inebriò al profumo della zagara e sostò a riposare. Da quel momento gli uomini divennero industriosi e le donne assai fredde. Dopo essersi riposata proseguì il suo viaggio per Bauladu e vi portò la pigrizia e la vanità; poi si avviò a Solarussa ove assaggiò la limpida vernaccia, questa le piacque e si ubriacò lasciandovi in compenso, uomini risoluti e donne civette. Cessato l’effetto della vernaccia proseguì il suo cammino verso Oristano e da qui passò a Santa Giusta. Sostò presso lo stagno, bevve la sua acqua e vi gettò tutto il sale che aveva tolto ai paesi in cui si era fermata, immergendosi nell’acqua. Da quel momento l’acqua dello stagno diventò salata e gli abitanti rimasero senza cervello.
Raggiunse Cabras dove gustò le prelibate “bottarghe” e bevve un bicchiere di vino nero, e poiché le bottarghe (uova di pesce essiccate col sale, quindi cristallizzate) sono un cibo eccitante ed il vino di Cabras è troppo alcolico, la dea vi creò uomini ubriaconi, beffardi e attabrighe e donne belle e volubili. Lasciato Cabras si diresse a Riola pensando di riposarsi in quel paesello, ma le zanzare erano troppo moleste e per dispetto lasciò uomini rozzi e donne brune e scure.
Infine la Pazzia si avviò verso Seneghe, giovani e vecchi s’innamorarono subito di lei ma ebbero insuccessi e s’indispettirono al punto di mandarla via. Giovanotti e zitelle si riunirono a consiglio ma la dea venne a sapere delle loro trame e si procurò la morte mangiando un’erba velenosa che le lasciò il sorriso sulle labbra.
In tal modo la Pazzia di Pauli, dopo aver visitato vari paesi del Campidano riparò a Seneghe lasciando i Seneghesi litigiosi e di testa troppo leggera, e
donne sciocche.
lette per voi.
Firmato
BhakyAlle ore 00:47
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sabato, 25 agosto 2007
IL SOLE
Il sole è andato in vacanza e
resto a fissare una giornata d’acciaio.
I fiori sono morti e
l’erba sale frettolosa sul terreno brullo.
I rami stridono al vento
tenendo vivo l’eco degli uccelli migratori.
I pensieri corrono lungo il corridoio
del tempo di ieri e
mi sorprendo nella zattera
che percorre il fiume.
Pochi viveri e nessuno sulla riva.
L’isola è percossa dal vento.
Nessun domani sulla riva.
I tronchi si spezzano,
e cortecce mi aiutano e
sospingono il viaggio fino al mare.
L’onda infinita nel ritmo ricorrente
darà tutte le risposte
nel sole che ritornerà splendente
Tulad